Carta Città
I maiali della Maremma
[di Emanuele Profumi]
Chi sporca, chi non vede
[intervista a Roberto Barocci]
Tra l'86 e l'88 , la ''Nuova Solmine'' (la
più grande industria di acido solforico d'Italia, dell'Eni)
e la Regione Toscana permettono che si diffondano, come materiale
di copertura di alcune discariche presenti lungo la costa,
enormi quantità di ceneri di pirite prodotte dagli impianti
industriali. L'Eni definisce queste ceneri come ''materiale
sterile'', e la Regione Toscana, che già le aveva concesso
autorizzazioni per depositarlo sulla palude demaniale di Scarlino
(sito dell'industria Eni in provincia di Gorsseto) ci crede.
L'anno dopo la Usl di Grosseto segnala l'uso dannoso delle
ceneri di pirite, ma l'Eni controbatte che in realtà questi
rifiuti sono ''materiale riutilizzabile'' e ha l'autorizzazione
per diffonderle nel territorio (per rivestimenti stradali,
ripiena di miniere ed altro). Così milioni di tonnellate di
rifiuti vengono disperse nella campagna circostante. Settanta
mila tonnellate finiscono dentro la miniera di Campiano (sempre
gestita dalla ''Nuova Solmine''), vicino alla provincia di
Siena, nonostante uno studio preventivo di Valutazione di
Impatto Ambientale l'avesse ritenuta inadeguata a contenere
rifiuti tossico-nocivi. Oggi l'Arpat (Agenzia regionale per
l'ambiente e il territorio della Toscana) ha accertato l'inquinamento
di importanti falde idriche di superficie nel tratto che va
da Scarlino a Follonica (sulla costa) e dei pozzi vicini all'area
industriale. Inoltre, sempre a Follonica, sono stati chiusi
alcuni pozzi di acqua potabile per la presenza di mercurio.
Anche se ancora non si è stabilito se il mercurio è presente
per motivi naturali o no, sono 4 anni che nessuno beve più
acqua del rubinetto per paura della presenza di metalli pesanti.
Ma la storia non finisce qui. Con la fine delle attività estrattive
('94), ''la Mineraria Campiano Spa'' (sempre del gruppo Eni),
a cui era stata affidata la concessione per la miniera, chiude
senza le dovute precauzioni la miniera piena di ceneri di
pirite e di fanghi residuati. Questo nonostante l'opposizione
di un comitato di minatori, e uno studio della Usl di Piombino
('93) che aveva previsto il possibile inquinamento del vicino
fiume Merse a causa della chiusura. Nel '96 vengono interrotte
le acque di falda e si allaga la miniera: il contatto dell'acqua
con i rifiuti in ambiente acido e le rocce permeabili della
parte profonda della miniera (calcare cavernoso ed evaporite),
saranno le cause principali dell'inquinamento. Che non riguarda
quindi solo le falde sotterranee, ma anche il fiume Merse,
raggiunto dal liquido rosso che fuoriesce dalla miniera. Nel
2001, dopo diversi allarmi e denuncie relativi all'inquinamento
del fiume, la Regione stanzia 200 milioni di lire al mese
per costruire e far funzionare un depuratore d'emergenza,
mentre l'anno dopo una tesi di laurea presentata presso la
cattedra del Prof. Leonzio, del dipartimento di scienze ambientali
dell'Università di Siena, (relativa agli studi del Merse in
località ''Brenna'') denuncia la presenza abnorme di arsenico
e mercurio nei pesci. Ancora oggi diversi cittadini si bagnano
e pescano tranquillamente, ignari di tutto. Come se non bastasse,
''Eni risorse'', azienda che, sempre in Maremma, si curava
della Miniera di Fenice Capanne, poi venduta alla società
''Polytecne'', riesce a portare (nella veste del dott. Ciancio
Alessandro) alcune batterie sotto sequestro a Monza fin dentro
la miniera. Dove verranno prima triturate e poi depositate,
nonostante la miniera non sia il posto adatto per ''smaltirle''
e l'intenzione ufficiale dell'azienda è lo smaltimento delle
plastiche. Oggi i lavoratori denunciano la presenza di piombo
nel sangue, ed è stato accertato l'inquinamento di un affluente
del fiume Bruna che scorre vicino al sito minerario. Vista
la gravità anche la Magistratura è intervenuta negli ultimi
anni nella vicenda con tre indagini distinte della Procura
di Grosseto (sia per l'impianto di Scarlino che per le due
miniere). I cittadini comunque non sono stati a guardare e
sono nati diversi comitati in difesa dell'ambiente, tra cui
il più grande e battagliero è il ''Coordinamento Merse'' che
riunisce alcuni comitati di Grosseto e Siena e numerose associazioni
(Wwf, Cgil, la Confederazione italiana Agricoltori, etc...).
Abbiamo chiesto l'opinione di Roberto Barocci
(docente di ruolo e responsabile provinciale per l'ambiente
del Prc), autore del libro '' Maremma avvelenata, cronaca
di un disastro ambientale annunciato'', da anni in prima linea
in questa battaglia:
D: L'impianto
di Scarlino, con i problemi relativi alla diffusione dei rifiuti,
la miniera di Campiano legata alla fuoriuscita di acqua inquinata,
e la miniera di Fenice Capanne con le sue pile triturate.Cosa
lega queste vicende?
R:
Le aziende che hanno gestito questi tre siti facevano tutte
capo al gruppo Eni. Non solo, andando a ricostruire quali
erano gli amministratori delegati dei gruppi ci accorgiamo
che sono le stesse persone. L'Eni di fatto ha cambiato spesso
i dirigenti di queste tre vicende, che hanno girato e occupato
posti di responsabilità nelle tre situazioni.
D: Quindi si può parlare di intenzione
cosciente e di responsabilità diretta dell''Eni?
R: Si, ho le carte che provano
che c'era consapevolezza del progetto: si volevano smaltire
illegalmente rifiuti tossici in luoghi dove in precedenza,
per attività minero-metallurgiche, si erano già verificati
fenomeni di inquinamento, ognuno dei quali aveva come elementi
chimici inquinanti gli stessi metalli che sarebbero stati
rilasciati dalle attività illecite di smaltimento.
D: Su cosa si basano le prove
dell'inquinamento del territorio e delle sue acque?
R: Soprattutto sui dati analitici
del Prof. Enzo Tiezzi della facoltà di Chimica e del prof.
Riccobono (consulente del ministero della difesa che ha studiato
l''uranio radioattivo in Bosnia, ndr) della facoltà di Geologia
chimica ambientale, entrambi dell'Università di Siena. Docenti
di prestigio. Ci sono anche i dati dell'Arpat, che cambia
le proprie posizioni iniziali dove minimizzava il fenomeno
(l'elevata presenza di metalli pesanti nell'acqua, ndr) o
lo riteneva naturale.
D: Quali sono le maggiori responsabilità
degli Enti locali in questa vicenda''! Ci può fare qualche
esempio emblematico?
R: La più grossa responsabilità
è dei dirigenti e dei funzionari della Regione Toscana, che
hanno lasciato fare nonostante fossero consapevoli della pericolosità
delle ceneri di pirite prodotte a Scarlino, grazie alle valutazioni
di impatto ambientale prodotte alla fine degli anni '80 (fatte
per cercare di collocare questo materiale nelle discariche
opportune) che avevano evidenziato la pericolosità di questo
materiale. Studi comparativi che andavano a verificare le
condizioni di impermeabilità dei siti, necessaria per poter
ricevere questo materiale, che avevano segnalato di confinare
questi materiali tossico-nocivi in luoghi in cui non c'era
contatto assoluto con le falde e con le acque. Nonostante
questo l'Eni fu autorizzata a collocare le ceneri nella miniera
di Campiano. Tra l'altro uno di questi dirigenti è l'attuale
commissario alla bonifica deciso dal presidente della Regione
e dall'assessore all'Ambiente, che sapevano delle responsabilità
dei dirigenti regionali... quindi è preoccupante anche che
si minimizzino gli errori commessi in passato, perché la vicenda
giudiziaria in corso dovrebbe permettere di far pagare all''Eni
la bonifica.
D: Oltre ai danni ambientali che
problemi ha la popolazione locale?
R: Dei danni la popolazione li
ha subiti di sicuro. Intanto molti pozzi della zona, come
quelli della fascia costiera, sono stati chiusi per la presenza
di mercurio. Noi riteniamo che ci sia un collegamento probabile
con le attività di superficie. Ma anche arsenico, trovato
nell'acqua potabile del Comune di Massa Marittima. Poi, con
una deroga molto discutibile, la Regione ha di recente avuto
l'autorizzazione ad elevare i valori di concentrazione dell'arsenico
nell'acqua potabile. Il problema è talmente grave che a Punta
Ala (sulla costa, ndr) è in funzione un dissalatore, perché
manca l'acqua potabile d'estate. Questo a causa della mancanza
d'acqua potabile nella zona delle colline metallifere. Va
ricordato anche l'intervento della Regione Toscana che supplisce
l'Eni, che non vuole occuparsi della bonifica. Insomma c''è
un danno alle attività turistiche, agricole, commerciali ed
industriali. E poi d''estate le nostre Asl segnalano un incremento
di malattie gastrointestinali nei bambini che vivono in quei
quartieri dove l'acqua manca. E questo è un danno alla salute.
D: Nel '99 si era aperta una commissione
parlamentare d'inchiesta presieduta dall''On. Scalia, che
esito ha avuto? E che ne pensi dell'attuale indagine dell'Arpat
sulla ''diffusione dell'arsenico nella catena alimentare''?
R: La commissione ha concluso
i lavori indicando la necessità di procedere alla bonifica.
Però si è limitata a segnalare il problema. Mentre l'Arpat,
dopo che l'Università di Siena ha confermato le nostre ipotesi,
ha modificato atteggiamento e ha incaricato l'Università di
Firenze di studiare questo fenomeno, riconoscendo l'inquinamento
dovuto alle attività industriali. Ma non ha abbandonato completamente
la vecchia idea della ''presenza naturale fuori norma'', la
stessa che ha permesso di elevare la concentrazione d''arsenico
nelle acque potabili oltre i limiti previsti dalla comunità
europea.
D: C'è la possibilità che la vicenda
si concluda presto?
R: Siamo molto delusi dall'attività
d'inchiesta della Magistratura. Le perizie di alcuni consulenti
tecnici rese pubbliche da alcuni magistrati confermano le
responsabilità da noi già evidenziate. Anzi aggiungono documenti
che testimoniano un elevato grado di cinismo da parte di alcuni
dirigenti regionali e dell'Arpat . Però non si riesce a capire
perché non si concludono le inchieste, alcune sono addirittura
del '96. Nel nostro paese i reati di tipo ambientale sono
ritenuti di poco conto dal parlamento, che infatti li ha depenalizzati.
Perciò vanno subito in prescrizione. C'è delusione nei confronti
dell'attività giudiziaria perché non ha la capacità di procedere
in tempi ragionevoli.
