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Tratto
dal sito del Corriere
della Sera Domenica 21 Ottobre 20011
Nel
sottosuolo della Maremma arsenico 45 volte superiore al normale.
L’inchiesta
di Grosseto su una miniera della zona: i risultati della perizia disposta
da pm non lasciano dubbi. Ora si teme per la rete idrica di Follonica
«Nel sottosuolo della Maremma arsenico 45 volte superiore al normale»
«L’acqua potrebbe aver trasferito le sostanze tossiche nella catena
alimentare»
DAL NOSTRO INVIATO
GROSSETO - All'inizio, una decina d'anni fa, erano soltanto sospetti,
ma adesso ci sono le analisi di laboratorio. La perizia affidata dal
pm di Grosseto, Vincenzo Pedone, al geologo Gian Paolo Sommaruga e al
chimico Paolo Rabitti è chiara. «L'analisi chimica effettuata - è la
conclusione dei periti - evidenzia il superamento di circa 45 volte
il limite di concentrazione massima ammissibile per l'arsenico, e abbondanti
superamenti anche per fluoruri, solfati e selenio». L'arsenico, dice
l'Iarc (Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), è «sostanza
cancerogena di gruppo 1». E la Maremma, per terra e per acqua, ha assorbito
quantità massicce di arsenico. Più di quanto ne è stato trovato nella
metà dei pozzi e falde del Bangladesh, dove, pur in concentrazione minore
(lì, fino a 1 milligrammo per litro), dal 1993 a oggi ha causato nella
popolazione residente, secondo una ricerca di tre studiosi americani,
migliaia di tumori della pelle. Gli scarti della pirite (minerale da
cui prima Montedison e poi Eni hanno ricavato acido solforico) si chiamano
«ceneri ematitiche» e contengono metalli pesanti, tra i quali l'arsenico
(ma anche piombo, cadmio, manganese e altre sostanze), che in Maremma
hanno contaminato il suolo, il sottosuolo e le falde acquifere. Tanto
che si è dovuto chiudere l'acquedotto del Fiora e adesso si teme per
l'acqua potabile della rete idrica di Follonica. «Ma occorrono altre
e più particolareggiate analisi per poterlo dire con certezza», aggiungono
i periti. Anche perché i valori dell'acqua potabile dovrebbero essere
sotto controllo tutti i giorni. Ma la paura della gente resta. Le analisi
infatti documentano «il trasferimento dei metalli tossici e dell'arsenico
nell'ambiente idrico sotterraneo». Cioè in quell'acqua che, se non è
stata bevuta, «ha trasferito sostanze tossiche nella catena alimentare»,
dicono i periti. Montedison ed Eni non hanno mai smaltito come si deve
le migliaia di tonnellate di scarti della pirite. Né hanno mai bonificato
miniere e aree di raccolta delle ceneri. Mentre ciò che non si riusciva
ad ammassare a cielo aperto andava a finire nel sottosuolo, dentro i
budelli delle miniere dismesse. Come è accaduto alla miniera della «Campiano
mineraria spa», sempre dell'Eni, a Montieri. Chiusa nel '96, 800 metri
di profondità e 35 chilometri di gallerie, la miniera è stata usata
come gigantesco bidone della spazzatura in cui sono stati smaltiti illegalmente
670 mila metri cubi di ceneri ematitiche (e chissà cos'altro, dicono
i soliti sospettosi). Non più drenata, la miniera si è allagata e ha
vomitato nel fiume Merse tutto quello che le avevano fatto ingoiare.
Il Merse, poi, alla velocità di 20 litri al secondo scarica i suoi veleni
nell'Ombrone. Ma non è finita. Le ceneri di pirite sono anche un affare,
perché sono ricche di ferro e risultano ottime per l'edilizia. Soprattutto
nella preparazione dei clinker di cemento. Così, grandi quantitativi
di ceneri viaggiano dalla Maremma a Venezia, dove la «Veneta Mineraria»
le commercializza. Nessuno sa però che quella pirite - lo dicono le
analisi - «contiene arsenico e altri metalli tossici, di cui non è noto
l'effetto di cessione nell'ambiente indoor degli edifici realizzati
con quei prodotti». La Procura di Grosseto sta per chiedere il rinvio
a giudizio di molte persone, e non solo dei dirigenti Eni avvicendatisi
in questi anni alla guida delle miniere e dello stabilimento. Forse
è anche per questa ragione che si è aperto un conflitto tra le Province
di Grosseto e Siena da una parte, e la Regione Toscana dall'altra, su
chi deve bonificare e chi deve sostenere un eventuale contenzioso con
l'Eni. Mentre non si riesce ancora a capire bene cosa ha fatto, se lo
ha fatto, l'Arpat (l'Agenzia regionale di protezione ambientale toscana)
in tutto questo tempo. Oggi, lo stabilimento in cui veniva lavorata
la pirite non è più dell'Eni. Insieme con alcune discariche di ceneri
ematitiche, l'Eni lo ha ceduto alla Nuova Solmine spa. Mentre un'altra
discarica, accompagnata da un terreno di circa trenta ettari, è stata
ceduta gratuitamente dall'Eni al Comune di Scarlino. «Un'operazione
per evitare di sopportare i costi delle opere di bonifica» (che dovrebbero
riguardare 22 siti inquinati), dicono coltivatori diretti, titolari
di aziende agrituristiche e ambientalisti.
Carlo Vulpio
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