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Tratto
dal sito del "Corriere della sera" in Edicola Sabato 12 Maggio 2001
Maremma inquinata, 300 ettari da bonificare Arsenico
e mercurio finiti nei pozzi d’acqua potabile.
Piombo e manganese tra i boschi
DAL
NOSTRO INVIATO CARLO VULPIO
FOLLONICA (Grosseto)
Bonificare, come quando c’era la malaria e questa era la «Maremma amara».
Bonificare, ma questa volta per 22 siti contaminati da metalli pesanti,
circa 300 ettari, sparsi nella provincia di Grosseto. «La scoperta dei
veleni che ci hanno lasciato in eredità le industrie, a cominciare dall’Eni
e dalla Tioxide che produce biossido di titanio, è stata un brutto colpo
per tutti», dicono Renzo Fedi, Chiara Pierini, Roberto Barocci, Marco
Stefanini, Franco Zuccaro. Sono la voce del trasversalissimo «Comitato
di Follonica e Scarlino», settemila persone, di destra e di sinistra,
ambientalisti e coltivatori, albergatori e commercianti, medici e minatori,
che da alcuni anni stanno combattendo contro un lungo elenco di elementi
chimici: l’arsenico e il mercurio finiti nell’acqua potabile, le polveri
di pirite, il piombo, il cadmio, accumulate nei terreni coltivabili,
e ora anche la paura della diossina che verrebbe espulsa dal cogeneratore
di Scarlino, un grande inceneritore entrato in funzione due anni fa.
L’impianto, che è della società «Ambiente Spa» (controllata Eni) e dovrebbe
produrre elettricità (non soltanto dai rifiuti urbani), è stato sequestrato
dalla magistratura, anche se il provvedimento non è operativo perché
c’è un ricorso in Cassazione. Ma questa è solo la prima parte del dramma
maremmano. La seconda parte, non meno preoccupante, ha visto insorgere
trenta medici di base, che con un documento hanno chiesto un’indagine
sulla popolazione, perché temono che l’aumento di certe malattie, soprattutto
alcuni tipi di tumore, possa essere legato a questo disastro. E all’arsenico
in particolare, che l’Iarc (l’Agenzia internazionale per la ricerca
sul cancro) cataloga come «cancerogeno di gruppo 1». Dice uno studio
Iarc: «Dove l’acqua potabile conteneva tra 0, 35 e 1,14 milligrammi
per litro di arsenico, i rischi di tumore a vescica, rene, cute, polmone,
fegato e colon erano molto elevati». Nell’acqua di un pozzo di Scarlino,
è stata rilevata una concentrazione di arsenico addirittura di 3,3 mg/litro.
Ma a muovere i medici di base a richiedere «un’indagine epidemiologica
per appurare se sostanze come l’arsenico e il mercurio siano entrate
nel ciclo alimentare», è stata anche la rivista medica Lancet , che
l’anno scorso inserì la Toscana tra le 15 zone da studiare per capire
la relazione tra anomalie congenite e vicinanza a rifiuti pericolosi.
Le parole danno solo un’idea di queste ferite ambientali «nascoste»
da un paesaggio bellissimo, dalla costa di Punta Ala alle Colline Metallifere.
Bisogna salire sul gippone di Renzo Fedi, agricoltore da generazioni,
e con lui andare a vedere. Per esempio, a Fenice Capanne, comune di
Massa Marittima. Dove c’è un posto da «Day After». Tutto grigio, giallo,
verde e rosso. I colori dell’alluminio, del manganese, del rame e del
ferro. I ragazzi lo chiamano «il deserto» e vanno a farci il motocross.
Con le moto sollevano nubi di polvere. Ma non sanno quel che respirano,
su quella discarica a cielo aperto, che una volta era una miniera di
pirite, il minerale impiegato per produrre acido solforico e ferro.
E se poi dovessero aver sete e bevessero, poco più in là, l’acqua verde-turchese
del torrente Zonca, morirebbero. Perché l’acqua dello Zonca è contaminata.
Sgorga pura alla sorgente, ma poi passa sotto «il deserto del motocross»
e ne raccoglie i veleni, che consegna al fiume Bruna. Avvelenati anche
i pozzi, una quindicina, che fino al ’97 hanno pescato acqua nelle falde
idriche sotterranee. «I tre pozzi che hanno dissetato Follonica per
25 anni - dice Renzo Fedi - sono stati chiusi. In uno di essi il mercurio
superava di 50 volte i limiti di legge». La chiusura dei pozzi ha portato
al razionamento dell’acqua, anche quella potabile del vecchio acquedotto
del Fiora, in gran parte della provincia di Grosseto, Argentario compreso.
In quelle falde sono penetrati l’arsenico, il mercurio e gli altri scarti
della lavorazione della pirite, che prima Montedison e poi Eni hanno
accumulato a cielo aperto, in vere e proprie «colline» di rifiuti tossici
alte anche 15-20 metri. I «panettoni», li chiamano qui. Panettoni pesanti,
che poggiano su acquitrini. Come quelli del Casone e del Padule di Scarlino,
dove l’acqua è viola, blu, arancione. E dove la pirite è stata ammucchiata
sopra le vecchie vasche di acido solforico. «Un rimedio peggiore del
male, perché l’ambiente acido facilita la "cessione" di mercurio e arsenico»,
spiega Roberto Barocci, che fa parte di Italia Nostra, insegna Economia
e assetto del territorio, ed è autore di un documentato pamphlet, «Arsenico»
(Stampa Alternativa), che è all’origine dell’indagine del pm di Grosseto
Vincenzo Pedone e delle recenti conclusioni della Commissione parlamentare
di inchiesta sul ciclo dei rifiuti. La Commissione ha tenuto conto anche
delle denunce della Coldiretti, che accusa l’Eni di aver ceduto gratuitamente
agli agricoltori, come materiale «sterile e inerte», gli scarti della
lavorazione della pirite. «Li abbiamo utilizzati per rifare il fondo
delle strade interpoderali - raccontano i coltivatori -. Non sapevamo
che stavamo spargendo con le nostre mani tonnellate di materiale altamente
tossico». L’Eni si è sempre difesa escludendo che gli scarti di pirite
abbiano ceduto metalli pesanti in quantità tossica alle acque. E per
dimostrarlo si è fatta forte delle analisi dell’Arpat (l’Agenzia di
protezione ambientale toscana), che ha ammesso la presenza dell’arsenico
e delle altre sostanze tossiche, ma non l’ha attribuita all’attività
di Montedison-Eni. Secondo l’Arpat, l’arsenico e il resto, in quell’area,
ci sono da sempre. Ne costituirebbero una caratteristica geologica.
Una conclusione, questa, che avrebbe evitato all’Eni di sopportare i
costi di bonifica. Ma che viene contraddetta dal pm Vincenzo Pedone.
Il magistrato, nel decreto di sequestro dell’inceneritore (sorto sui
tre forni in cui si "arrostiva" la pirite), definisce il degrado ambientale
del comprensorio Follonica-Scarlino «fatto notorio, e addirittura eclatante
per ciò che attiene alla gravissima compromissione delle risorse idriche»
e constata anche «l’assenza di controlli pubblici». E così Mario Vichi
e Mario Pipparelli, direttore e amministratore delegato di Ambiente
Spa, ricevono un avviso di garanzia per smaltimento abusivo e l’inceneritore
viene sequestrato. Ma il gip del tribunale di Grosseto, Armando Mammone,
ne ordina il dissequestro, basando il suo provvedimento su una definizione
dell’impianto che è pari pari quella che ne dà l’Eni nel proprio sito
Internet. La coincidenza viene notata e segnalata al Csm. Mentre un
mese dopo, siamo a gennaio scorso, il Tribunale del Riesame dà ragione
al pm e «ripristina» il sequestro. Che però non è operativo, poiché
Vichi e Pipparelli hanno fatto ricorso in Corte di Cassazione, che deciderà
il prossimo 24 maggio. Sulla necessità di bonificare sembrano tutti
d’accordo, Eni compresa, che ha presentato 22 progetti. Il presidente
della Provincia di Grosseto, Lio Scheggi afferma: «Le bonifiche vanno
fatte, non ci sono più dubbi. Quanto all’inceneritore, noi non lo abbiamo
mai autorizzato. E’ un impianto che abbiamo subìto». Nel frattempo però,
alcune discariche Eni sotto accusa - le più pericolose, secondo l’accusa
- hanno cambiato proprietà. E con esse, le ceneri di pirite. Per esempio,
quelle che l’Eni ha ceduto a un’altra società (Nuova Solmine) e, come
aree «non inquinate», al comune di Scarlino. In questi casi, a chi toccherà
bonificare?
Carlo
Vulpio
cvulpio@rcs.it
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