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Tratto
dal sito del "Corriere della sera" in Edicola Martedì 26 Giugno 2001
IL CASO Maremma, acqua rossa da una vecchia miniera nel
paradiso dei canoisti
Da un mese il Merse ha cambiato colore e le sue acque sono diventate
più calde
DAL
NOSTRO INVIATO CARLO VULPIO
MONTIERI (Grosseto)
Per vederlo scorrere, rosso e veloce come il sangue, in mezzo al verde
dei boschi, bisogna essere bravi canoisti. Oppure inerpicarsi per sentieri
nascosti, rischiando ruzzoloni, fin sul confine tra la provincia di
Siena e quella di Grosseto. Cuore della Maremma, che sembra un paradiso,
e cela questo fiume rosso, il Merse, infernale come l’Acheronte. Venti
litri al secondo di acqua avvelenata, che sgorga dai meandri di una
delle miniere di pirite più grandi d’Europa. Una miniera chiusa nel
’96, con la liquidazione della «Campiano mineraria spa» (Eni), e abbandonata.
Senza alcuna opera di bonifica. E in questi anni ridotta a gigantesca
discarica degli scarti della pirite. Nella miniera, 800 metri di profondità,
35 chilometri di gallerie, sono finiti almeno 67 mila metri cubi di
«ceneri ematitiche» e decine di migliaia di metri cubi di fanghi di
depurazione, altamente tossici. Tutto smaltito illegalmente, in silenzio,
avendo cura di dare del matto o del catastrofista ai pochi che vedevano,
capivano, denunciavano. Tra questi, i minatori di Boccheggiano, che
di quella miniera conoscono ogni anfratto, e scongiuravano di non fermare
le pompe, perché interrompendo il drenaggio delle vene acquifere sotterranee,
che manteneva asciutta la miniera, si sarebbe andati incontro al disastro.
I budelli sotterranei, un «serbatoio» naturale il cui volume complessivo
è di un milione e centomila metri cubi, si sarebbero allagati. E ci
sarebbe stata la «lisciviazione», cioè la cessione all’acqua di quel
magma di arsenico, piombo, cadmio e altri metalli pesanti «smaltiti»
nella miniera dell’Eni. E’ andata esattamente così. La miniera si è
riempita e il fiume Merse, da un mese a questa parte, ha cambiato colore.
Lo vedono salire verso nord, in direzione di Siena, che è rosso torbido
come non era mai stato. E poi lo rivedono piegare a est, sempre uguale,
per sfociare nell’Ombrone. E a prenderla tra le mani, l’acqua del Merse,
è innaturalmente calda: 37-38 gradi, anche se siamo a 600 metri d’altitudine.
Ora che se ne rendono conto con i propri occhi, gli abitanti di Montieri,
Chiusdino e Sovicille ricordano gli strani racconti dei camionisti che
venivano a scaricare in miniera gli scarti della pirite: a sera, dovevano
lavare il cassone del camion, perché il materiale che trasportavano
corrodeva le lamiere. Eppure, tutti assicuravano che non c’erano pericoli.
Lo diceva la Regione Toscana, lo ribadiva l’Arpat (l’agenzia regionale
di protezione ambientale) e mostravano di crederci persino le Province
di Siena e di Grosseto, che adesso, nonostante le segnalazioni ricevute
dal Distretto minerario fin dal ’97, in un comunicato congiunto esprimono
«vivo sconcerto nell’apprendere la gravità della situazione». Sul fiume
rosso la Procura di Grosseto ha aperto un’inchiesta e Rifondazione comunista
ha presentato un’interrogazione al governo. Ma allora, quando si era
ancora in tempo, a smuovere le cose non valsero né i risultati delle
analisi fatte svolgere privatamente da Liana Ferri, presidente di Italia
Nostra a Grosseto, al professor Enzo Tiezzi, dell’università di Siena,
né la perizia disposta dalla Pretura di Grosseto (nel ’97, l’indagine
poi è stata archiviata per prescrizione dei reati), in cui è scritto
persino quando sarebbe avvenuto il disastro: «La fuoriuscita delle acque
è ipotizzabile avvenga dopo il giugno ’98».
Carlo
Vulpio
cvulpio@rcs.it
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Corriere della Sera
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