Esposto alla Magistratura del 24 febbraio 2000


 

 Alla  Procura della Repubblica presso il Tribunale di Grosseto,
Viale Monterosa, Grosseto.

E p.c. al Dirigente N.O.E. Ministero dell’ Ambiente Sez.di Firenze,
Via G.Verdi n°16, Firenze.

Oggetto: esposto in merito alla esclusione dal Piano regionale di Bonifica del sito ex impianto di pellettizzazione al Casone di Scarlino, di proprietà di Ambiente spa.

I sottoscritti Roberto Barocci e Renzo Fedi esponiamo per punti i fatti dai quali discendono le conclusioni che abbiamo intenzione di rendere pubbliche:

1-la Legge regionale n°25 del 98 consentiva ai cittadini di presentare formali opposizioni alle prescrizioni contenute nella proposta di Piano regionale di Bonifica, che nel’99 era in corso di approvazione presso il Consiglio regionale Toscano, avviando in tal modo un procedimento amministrativo al quale la legge assicurava la trasparenza e la pubblicità.
L’art.10, comma 5° della suddetta legge cita: “La Giunta regionale presenta la proposta di piano al Consiglio, dando atto delle modifiche apportate e motivando in ordine alle osservazioni non accolte. Il Consiglio approva il Piano accogliendo o respingendo le osservazioni presentate”. Ciò non è avvenuto.
Infatti i sottoscritti presentarono nei tempi previsti due distinte note (1) al fine di evitare che la società Ambiente spa (del gruppo ENI), proprietaria degli stabilimenti al Casone di Scarlino, denominati ex impianti di pellettizzazione e già inseriti nel Piano regionale di Bonifica, ottenesse la esclusione del sito dal Piano e dai relativi obblighi, sulla base di una richiesta (2) che riteniamo non giustificata e sulla base del parere espresso dal Gruppo di Lavoro Locale, coordinato da Arpat di Grosseto (3), che riteniamo non valido.
Al fine di garantire la trasparenza di cui sopra, furono nominati i Garanti dell’Informazione e della pubblicità dell’iter amministrativo, previsti dalla legislazione, nelle persone del dott. Silvano Monzali, funzionario regionale, e dell’ing. Talocchini, dirigente dell’Amministrazione provinciale di Grosseto. Il giorno 20/5/99 si svolse come previsto la Conferenza pubblica, dove con un intervento orale il sottoscritto Roberto Barocci espose le proprie osservazioni, raccogliendo un apparente consenso dal dott. Lippi, Direttore dell’Arpat regionale. Successivamente le osservazioni dei sottoscritti furono riportate nel Consiglio Provinciale del 30/7/99, dove fu formulato e approvato il parere dovuto della Provincia di Grosseto, ma le osservazioni presentate dai cittadini e raccolte in tale atto non furono discusse nel merito dal Consiglio Provinciale. In quella occasione fu semplicemente deciso di trasmetterle alla Giunta Regionale (4).
Ma gli atti del Consiglio Provinciale del 30/7/99 non furono inoltrati alla Giunta Regionale nei tempi di legge previsti (5), ma solo successivamente. La Provincia di Grosseto trasmise al Consiglio Regionale la rammentata Delibera di Consiglio Provinciale e la Determinazione prodotta nel frattempo dal Dirigente del Settore arch. Pettini, che, evitando di entrare nel merito delle nostre osservazioni (6), si esprime a favore dell’esclusione del sito in questione dal Piano regionale di Bonifica. Tale Determinazione, pur espressa fuori termine, rispetto alle osservazioni alla proposta di Piano, viene invece accolta sia dalla Giunta che dal Consiglio Regionale, di nuovo senza entrare nel merito delle nostre osservazioni.
In sostanza le nostre osservazioni non sono state accolte, senza che siano state formulate le motivazioni previste dalla legge 25/98.

Ma la nostra opinione è che nel caso in esame non si tratti solo di carenze nella procedura amministrativa adottata.

Entrando nel merito dei pareri Arpat formulati, sia quello iniziale del Gruppo di lavoro Locale, già citato, che il successivo espresso dall’Arpat regionale (7), sui quali in modo esclusivo le Amministrazioni comunali di Scarlino, della Provincia di Grosseto e della Regione Toscana hanno voluto fondare le proprie scelte, non possiamo che sottolineare i fatti seguenti, già presenti nelle nostre osservazioni, alle quali si rimanda per un ulteriore dettaglio:

2-i suddetti pareri sono stati formulati non rispettando le disposizioni legislative al momento vigenti (8), che prevedono la ricostruzione storica delle attività svolte nell’area industriale in oggetto. Nel pareri Arpat in un solo punto si fa riferimento alla composizione dei rifiuti industriali prodotti nell’area del Casone, ma in modo errato e fuorviante, quando si afferma che: “verificata la presenza ubiquitaria di Arsenico, in concentrazione molto alta, nei terreni sia della zona industriale che di quella esterna agli impianti, e contestualmente di un contenuto in Piombo nei terreni indagati in concentrazioni che rientrano nei valori normali, assai più bassi di quelli contenuti nelle matrici caratteristiche della lavorazione delle piriti, si esprime parere favorevole all’esclusione…”(3). Ciò non corrisponde al vero. Tant’è che le ceneri magnetitiche, prodotte proprio dall’impianto di pellettizzazione in questione e a differenza delle ceneri ematitiche, sono tossiche per l’Arsenico e a norma per il Piombo, che passava per lo più nei pellets ferrosi, al punto che, a causa del loro alto contenuto in Piombo, furono rifiutati dalle acciaierie e, proprio per questo motivo, l’impianto in questione cessò di funzionare.(9);

3-la legislazione (8) precisa che, con le indagini del Gruppo di Lavoro Locale, il sito debba essere inquadrato nelle sue caratteristiche ambientali originali e, cioè, che si debba ricostruire le sue caratteristiche preesistenti alle attività industriali, ricorrendo agli studi scientifici realizzati nel territorio. Quelle caratteristiche preesistenti sono infatti tendenzialmente da ricostruire con le opere di bonifica. Viceversa i pareri dell’Arpat e della Amministrazione comunale e provinciale non fanno cenno agli studi di grande spessore, come quello condotto dalla Rimin negli anni ’80, da cui si può escludere una presenza di Arsenico in concentrazioni tossiche nella piana di Scarlino per anomalie geochimiche (10), collegate alla sedimentazione dei minerali erosi nel bacino del Pecora e depositati nella pianura di Scarlino. Tale studio è stato lo scorso anno verificato e sostanzialmente confermato nella produzione della cartografia sulle anomalie geochimiche dall’Istituto di Geochimica Ambientale dell’Università di Siena (11). Altri studi scientifici sono stati condotti sui sedimenti marini antistanti la costa tirrenica (12). Da questi ultimi studi emerge la presenza di anomalie con eccessiva concentrazione di Arsenico nei tratti di sedimenti marini antistanti il golfo di Follonica, limitata però ai centimetri superficiali dei sedimenti. La mancanza di Arsenico nei sedimenti sottostanti fa concludere ai ricercatori che l’origine delle anomalie sono dovute alla dispersione dei fumi e polveri provenienti dalla fusione dei solfuri misti. Altri studi specifici sul sito in esame, promossi dalla stessa Amministrazione regionale e provinciale, nonché dalla stessa Ambiente spa testimoniano la permeabilità degli strati alluvionali dei terreni della zona del Casone (13) e la presenza di diversi paleoalvei e lenti ghiaiose con falde idriche superficiali, smentendo quanto sostenuto dall’Arpat (7) sulla impermeabilità dei siti indagati all’interno e all’esterno degli impianti.
Quando il sottoscritto Roberto Barocci sollevò pubblicamente in Consiglio Provinciale la mancata consultazione di studi scientifici capaci di inquadrare il sito in esame, costringendo l’Amministrazione a dare una risposta sulla mancanza nel parere espresso dall’ Arpat e dall’Ufficio provinciale di qualunque riferimento a studi scientifici precedentemente realizzati sul territorio, l’allora Assessore D. Morandi, per giustificare tale mancanza, rispose che lo studio citato (Toscana 2 bis) non era stato preso in esame perché ha fatto registrare “…ovunque la presenza di metalli pesanti.”(14). Come se ovunque fosse stata rilevata una pari concentrazione tossica di metalli pesanti, come è oggi presente nei terreni circostanti all’impianto di Scarlino.
Nelle nostre opposizioni abbiamo anche rammentato che dalla fusione delle piriti si sono liberare con i fumi molte tonnellate annue di Arsenico sotto forma di anidride arseniosa, come ha anche messo in evidenza il geologo dott. S. Bianchi in una sua nota (15).
Nessuno degli studi sopra citati sono stati di fatto presi in considerazione o smentiti con altri studi;

4-avevamo segnalato a tutte le Autorità interessate al procedimento amministrativo in oggetto la presenza di Arsenico rilevato in concentrazioni molto pericolose addirittura disciolto in soluzione nella falda superficiale della zona dell’area industriale del Casone di Scarlino (cosa ritenuta in letteratura del tutto improbabile per fenomeni naturali) (16), come confermato dallo stesso dott. Giannerini dell’ARPAT di Grosseto alla Commissione Parlamentare nella seduta del 18 marzo 1999 (17).
Questa presenza di Arsenico disciolto nelle falde idriche superficiali e riscontrata in due pozzi dell’area industriale è pericolosissima per la diffusione dell’inquinamento sul territorio circostante. Il 22/7/99 (non ci sono stati forniti dall’Arpat i dati dei prelievi precedenti e non sappiamo il motivo) è stata registrata la presenza di 3.300 ?g/l (18), cioè 330 volte superiore ai limiti accettabili di concentrazione di Arsenico nelle acque sotterranee, sette volte superiore ai limiti accettabili delle acque industriali reflue (0,5 mg/l) e molto superiore alla soglia massima documentata dell’evidenza epidemiologica rilevata in studi sul consumo cronico di acque che provocano un elevato rischio di insorgenza di tumori in varie parti del corpo (19). 
Non sappiamo il percorso e l’estensione di quella falda superficiale, ma sappiamo con certezza che nei terreni vicini, dove si è ritrovato Arsenico in quantità pericolose nei terreni anche a qualche metro di profondità, sono presenti falde idriche molto superficiali (20) e che nella zona del Casone vi sono diversi paleoalvei ghiaiosi che scendono verso il mare e che alimentano altre falde idriche. (2), come anche rilevato da uno studio della Commissione Tecnica regionale appositamente costituita per un’indagine del sito (13).
La circostanza che questi pozzi sono adiacenti a stoccaggi provvisori (da almeno 15 anni!) di ceneri di pirite e adiacenti a stoccaggi abusivi di fini di piriti, ambedue dell’ordine di milioni di metri cubi, è stata volutamente omessa nel parere dell’Arpat. 
L’Arpat e le Amministrazioni provinciale e regionale non hanno tenuto conto che i suddetti cumuli di rifiuti, sicuramente contenenti Arsenico, sono anche sprofondati nella falda superficiale (21) e ancora oggi accumulati a cielo aperto dove i fini di pirite con le acque meteoriche sono capaci di produrre un’acidità estrema, in cui si liberano tutti i solfuri metallici, altrimenti insolubili (22).Si è volutamente omesso di considerare che queste falde superficiali inquinate da Arsenico disciolto in quantità elevatissima sono da sole sufficienti a spiegare la presenza di Arsenico nei terreni della zona, anche a profondità di qualche metro, affermando invece che essendo stato rinvenuto l’Arsenico anche a 6 metri di profondità, si dimostrava con ciò l’impossibilità della origine artificiale;

5-abbiamo portato a conoscenza di tutte le Autorità, che sapevamo svolgere un ruolo decisivo e di controllo sul procedimento in questione, il fatto che nel recente passato le ceneri provenienti dallo stabilimento del Casone erano state usate in buona fede dagli agricoltori della zona come materiale surrogatorio degli inerti di cava per realizzare massicciate stradali (1). Nel febbraio ’99 avevamo segnalato tutte le inadempienze del lavoro di indagine del Gruppo di Lavoro Locale. Nel novembre ’99 avevamo aggiunto per lettera (23), e in data 6/12/99 è stato detto direttamente a voce in un incontro specifico in Provincia (24), che le analisi condotte sul territorio da Arpat e Ambiente spa non potevano essere ritenute valide anche perché erano state realizzate in luoghi dove in anni passati erano state depositate molte tonnellate di ceneri provenienti dagli stabilimenti del Casone di Scarlino. Quelle ceneri sono state cedute agli agricoltori in modo ingannevole come materiale “sterile” dalla Direzione aziendale (25-21), la quale aveva ottenuto dalle Amministrazioni tali autorizzazioni (26-51). La quantità stimata dalla Commissione Tecnica Regionale di ceneri magnetitiche provenienti dall’impianto in oggetto e collocate all’esterno dell’area industriale “… per la creazione di sottofondi stradali, piazzali e argini di contenimento” (27) era pari a 480.000 tonnellate. I punti che sono stati prescelti per le analisi dei terreni da Arpat e Ambiente spa non erano al centro dei campi, come sarebbe stato logico attendersi, quando si vuole testare la reale natura dei terreni agricoli, oppure non erano stati individuati secondo una maglia regolare, come prescrivono le norme tecniche in merito, ma erano stati scelti nei piazzali e in immediata vicinanza delle strade poderali, dove è molto evidente la presenza delle ceneri magnetitiche dal caratteristico colore nero .Su tali scelte abbiamo raccolto immagini e le testimonianze dei proprietari e fattori delle varie aziende che alleghiamo alla presente (28).
Pur sapendo tutto quanto sopra, nessuno dei suddetti organi ha voluto modificare il parere già espresso. 
 

Pertanto, è nostra opinione che i pareri dell’Arpat, del Comune di Scarlino, della Provincia di Grosseto, che hanno concorso alla Deliberazione di Consiglio Regionale n°384 del 21/12/99 (5) con l’esclusione dal Piano regionale di Bonifica del sito in oggetto si fondi su una procedura illegittima, per quanto detto al punto primo; su un presupposto tecnico errato, per quanto detto al punto secondo; su una documentazione scientifica volutamente parziale, per quanto detto al punto terzo, su omissioni di dati tecnici decisivi per la valutazione finale, per quanto detto al punto quarto e su metodi di indagine analitica volutamente fuorvianti, per quanto detto al punto quinto.

Roberto Barocci, Via Alabastro 17, Grosseto.
Renzo Fedi, Viale Italia 55, Follonica.

Grosseto 24/2/99 

 Note e documentazione allegata:
(1) Opposizioni alla Delibera di Giunta Regionale n°166 del 22/2/99 inoltrate alla Amministrazione Provinciale da Roberto Barocci prot n° 32588 del 7/5/99 e da Renzo Fedi il 5/5/99 e l’ 8/2/99.
(2) Ambiente spa- Studio di caratterizzazione chimico fisica del suolo e delle acque sotterranee per l’esclusione dell’area dal piano- Relazione tecnica .Dic. ’97 e Indagine supplementare . Giug.’98. Prot. n°25764 in entrata dell’Amm.ne Provinciale di Grosseto.
(3) Verbale Arpat acquisito dalla Provincia di Grosseto con prot.n°36968 del 6/7/98.
(4)  Delibera di Consiglio Provinciale n°90 del 30/7/99.
(5) Proposta di Deliberazione n°2112 della Giunta Regionale al Consiglio Regionale odg n°15 del 6/9/99 e Deliberazione del Consiglio Regionale della Toscana del 21/12/99 n384.
(6)  Provincia di Grosseto. Determinazione Dirigenziale n°1381/tr dell’8/11/99.
(7) Lettera Arpat di Firenze del 23/6/99 prot n°9818/5 al Sindaco del Comune di Scarlino.
(8)  L.R. 29/93 e Appendice B della D.G.R.T. n° 169/95.
(9) Solmine spa- Laboratorio Studi e ricerche. Analisi pellets in bollettino n°80054/A del 17/3/80 e Certificato USL 28 n°5621 e relativa Scheda descrittiva del 27/3/87.
(10) Ministero dell’Industria - Direzione generale delle Miniere- Ricerca mineraria di base Toscana Meridionale 3 Relazione conclusiva 1990.Relazioni e allegati in Toscana 2bis fogli 127 e 119. Gennaio 1985.
Le considerazioni tecniche di seguito fatte sono il frutto sia della lettura e della nostra elaborazione dei dati presenti nello studio in oggetto, sia dalle opinioni raccolte sullo stesso studio dai geologi dott. Bruno Stea e dott Ludovico Sola, che hanno partecipato alla realizzazione dello studio stesso.
La ricerca è conosciuta con il nome Toscana 2-2 bis e Toscana 3 e fu realizzata nel corso degli anni ’80 da una società dello stesso gruppo Eni (e quindi oggi non contestabile dallo stesso soggetto), la Rimin spa, su convenzione con il Ministero dell’Industria. Era finalizzata alla ricerca di anomalie geochimiche con lo scopo di poter circoscrivere sul territorio le aree dove le anomalie registrate potessero essere interpretate come dispersioni di elementi e/o minerali legati a mineralizzazioni affioranti, sub affioranti o situate a profondità relative, sfruttabili dall’industria estrattiva.
Il piccolo bacino del Pecora, viene analizzato a fondo e lo studio Toscana 2 ci mette a disposizione i dati analitici di oltre 500 siti, ma vengono escluse subito dagli stessi ricercatori la pianura costiera e anche le aree adiacenti al Casone di Scarlino. 
I motivi dell’esclusione della pianura, raccontati in parte dagli stessi esecutori della ricerca e anche scritti nella relazione sono evidenti: 
a) era ragionevole escludere dalla ricerca di anomalie chimiche naturali la pianura alluvionale più recente, visto che l’esperienza diretta dei ricercatori aveva loro dimostrato sul campo che le concentrazioni anomale dei metalli nei sedimenti fluviali si diluiscono molto rapidamente scendendo a valle, tant’è che i dati analitici dei detriti provenienti dalle stesse zone minerarie rientrano nell’ambito della normalità già dopo pochi chilometri a valle delle stesse zone minerarie già sfruttate. Tutto ciò è documentato nelle planimetrie indicanti la localizzazione dei siti esaminati, dove si evince come si sia abbandonato sistematicamente dalla ricerca l’asta di un torrente, dopo pochi chilometri di percorso verso valle, non trascurando invece, alle stesse quote, gli affluenti laterali;
b) era ragionevole escludere dalla ricerca di anomalie chimiche naturali luoghi dove è presente la stessa attività chimico-mineraria con vaste e note dispersioni di minerali e scorie di lavorazione. A pag.5 del fascicolo Progettazione e Campionature dell’Appendice 1 di Toscana 2 bis si legge:”…un certo numero (di campioni progettati) non sono stati prelevati perché giudicati troppo inquinati e/o privi di significato geochimico. Trattasi infatti di campioni ubicati sotto discariche urbane e/o industriali e con minor frequenza minerarie; campioni ricadenti in aree in cui l’intervento antropico è stato così rilevante da sconvolgere il drenaggio della rete idrografica.”
c) quei ricercatori conoscevano perfettamente la natura dei minerali trattati al Casone di Scarlino e il contenuto delle ceneri e polveri disperse nel territorio circostante dagli impianti.

Se, come motivato sopra, non abbiamo dati analitici sul singolo sito del Casone di Scarlino, abbiamo però i dati per tutto il bacino del Pecora, dati che sono significativi in quanto i terreni della piana di Scarlino sono costituiti da alluvioni recenti e, quindi, generati dalla mescolanza dei materiali erosi e provenienti dai substrati o strati geologici affioranti all’interno del bacino del Pecora, nelle colline retrostanti la pianura di Scarlino e Follonica.
Dall’elaborazione statistica dei dati relativi all’Arsenico nel bacino del Pecora, nelle sole aree di anomalia rinvenute all’interno in alcune zone circoscritte nella collina, e suddivisi in gruppi di rocce, si ha che, passando dalle formazioni geologiche più anomale alle meno anomale, il valore medio della concentrazione di As scende da 151 ppm a 108, poi a 78 e infine a 42 ppm e si può osservare come le minori concentrazioni di As si hanno proprio nelle formazioni geologiche più recenti.
Questi dati sono un’ulteriore conferma di quanto sopra detto: le aree di anomalia per l’Arsenico, che sono ben localizzate nelle colline dell’entroterra, su rocce geologicamente più antiche e affioranti in luoghi lontani dalla pianura costiera, forniscono valori di concentrazione anomala di qualche centinaio di ppm e producono sedimenti che si diluiscono nella concentrazione molto velocemente scendendo verso valle, in quanto il trasporto alluvionale non fa che diluire le concentrazioni di Arsenico, arricchendosi di altri apporti privi di tale elemento.

(11) La cartografia geochimica della Toscana meridionale- Criteri di realizzazione e rilevanza ambientale attraverso gli esempi di Hg, As, Sb, Pb e Cd- di. Protano, Riccobono e Sabatini dell’Ist. di Geochimica ambientale- Univ.di Siena (estratto).
(12) Environmental Geology 32 September 1997-Heavy metal and arsenic distributions in sediments of the Elba- Argentario basin, southern Tuscany, Italy. L.Leoni e F.Sartori, Dipartimento di Scienze della Terra, Università di Pisa.
(13) Rapporto finale, Agosto 1986 della Commissione Tecnica d’esame della documentazione relativa allo smaltimento dei rifiuti solidi derivanti dagli insediamenti industriali dell’area del Casone. Pag ne 22-23-24 e pag.ne 49-50-51.Vedi anche Stratigrafie dei sondaggi allegate alla Relazione Tecnica Dicembre ’97 di Ambiente spa citata alla nota (2).
(14) Verbale n°11 del Consiglio provinciale del 19/1/99.
(15) Dott. Stefano Bianchi- Alcune considerazioni sul giacimento di Campiano e sul problema dell’Arsenico nelle ceneri di pirite.1985.
(16) L’anidride di arsenico ha una solubilità in acqua del 2% a 25 C° ed è insolubile nei più comuni solventi organici. Da schede di Sicurezza della rivista Medicina Democratica 1997. Vedi anche dichiarazione dell’On. Scalia in atti della seduta del 18/3/99 ( in evidenza nella nota successiva).
(17)  Atti Parlamentari. Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Resoconto Stenografico della seduta del 10/3/99.
(18) Nota Arpat del 10/12/99 prot. n° 6877.
(19) Nel trattato Harrison 1998, McGraw-Hill afferma: “L’esposizione cronica all’Arsenico è associata anche ad un elevato rischio di cancro alla pelle e alla possibilità di cancro al polmone, fegato, vescica, rene e colon” Per acque potabili il limite alla esposizione cancerogena è di 0.010 mg/lt. Lo IARC 1998 in Evidence for carcinogenicity to Humans riporta casi di malati di cancro per esposizione a polveri di pochi grammi/giorno di Arsenico.
(20) Nel piazzale del Casale Baracchi a poche centinaia di metri dall’area industriale del Casone di Scarlino, il proprietario sig. Cesetti Renzo, mostrandoci il foro di carotaggio realizzato a suo tempo da Ambente spa e Arpat in occasione delle analisi documentate alla nota (2) e conservato integro, ci ha fatto anche osservare il livello molto superficiale di una falda idrica. Vedi anche diapositive allegate n°1-2-3.
(21) Vedi sezione geologica n°2 allegata alla Relazione Tecnica di cui al punto (2), dove si evidenzia lo sprofondamento dei fini di pirite collocati davanti all’impianto di frantumazione in località San Martino. Vedi anche stratigrafie dei sondaggi in Allegato 1 della suddetta Relazione Tecnica.
(22) Prof. Angelo Bianchi in Corso di Mineralogia e Geologia, Cedam 1967, pag.220: “Nell’alterazione delle piriti si forma anche acido solforico che attacca le rocce …Da questi fenomeni di alterazione di piriti e arsenopiriti hanno pure origine acque solfatiche, ferruginose ,arseniacali…”
(23) Vedi lettere di Roberto Barocci del 29/1/99 al Presidente della Provincia ed altri, prot. in entrata dell’Amm.ne Prov.le n°4913 del 1/2/99 e lettera inviata a mezzo R/R del 1/12/99, fatta recapitare anche a tutti i Consiglieri provinciali in carica.
(24)  Nel pomeriggio del giorno 6/12/99 nel palazzo della Provincia di Grosseto si è svolta una riunione a cui hanno partecipato i dirigenti Arpat dott.ri Lippi, Agati, Cellesi e Giannerini, che alla presenza del Presidente della Provincia Lio Scheggi hanno discusso sul tema in oggetto con una delegazione di Rifondazione Comunista costituita da Roberto Barocci, Salvatore Allocca e Sergio Bovicelli. 
(25) Lettere dell’Ing. Mansi Direttore della Solmine del 12/11/84 all’Intendenza di Finanza e del 27/3/85 alla Regione Toscana e Provincia di Grosseto, dove si afferma che “…12.000 mc di materiale sterile ( in verità tossico e nocivo secondo la L 915/82) è stato utilizzato per la sistemazione di strade e piazzali interni ed in parte, ceduto a terzi.” Provincia di Grosseto prot. n 11151 del 29/3/85.
(26)  Lettera dell’Assessore Regionale all’Ambiente E. Monarca prot. n 190 dell’8/6/92.
(27)  Nel Rapporto Finale di cui alla nota 12, pag.ne 41-42.
(28)  Si allegano le testimonianze raccolte. Vedi diapositive n°5,6,7,8,9,10,11,12,13,14.

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